febbraio 07, 2012     | Registrazione
Obesità: definizione

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L’obesità è una condizione caratterizzata da un notevole incremento del peso corporeo causato a sua volta da un accumulo eccessivo di tessuto adiposo (grasso) nell’organismo e tale da influire negativamente sullo stato di salute dell’individuo. E’ il disturbo nutrizionale più comune nella popolazione dei paesi occidentali sia negli adulti che nei bambini. L’obesità va considerata come una vera e propria patologia ed è figlia dei nostri tempi in quanto figura senza alcun dubbio tra le cosiddette “patologie del benessere”. E’ considerata una malattia complessa ad eziopatogenesi multifattoriale dovuta ad un insieme di fattori genetici, ambientali ed individuali che globalmente danno una alterazione del bilancio energetico con conseguente accumulo eccessivo di tessuto adiposo.  L’obesità del bambino è particolarmente preoccupante, sia per l’aumento della sua incidenza in questa fascia di popolazione che per la persistenza in età adulta (infatti più del 50% dei bambini obesi rimane obeso anche in età adulta). L’obesità costituisce un serio fattore di rischio per mortalità e morbilità, sia di per sé (complicanze cardiovascolari e respiratorie) sia per le patologie ad essa frequentemente associate quali diabete mellito, ipertensione arteriosa, dislipidemie, calcolosi della colecisti, osteoartrosi ed alcuni tipi di tumore. L’obesità primaria od essenziale (così definita perché non si conoscono bene i meccanismi che l’hanno determinata) può essere suddivisa in una forma iperplastica, cioè dovuta ad un notevole incremento delle cellule adipose ed una forma ipertrofica con un normale numero di cellule adipose ma di volume notevolmente aumentato per l’incremento nel loro interno di grasso. L’obesità essenziale può inoltre essere suddivisa in due classiche forme in base alla distribuzione dell’adipe: quando predilige il tronco ed i visceri addominali viene detta androide o “a mela” (prevalente nell’uomo);  se predilige i fianchi e le cosce viene detta ginoide o “a pera” (prevalente nella donna). L’obesità infantile è in continuo aumento nelle popolazioni ad alto tenore socio-economico, questo è un dato che deve fare riflettere, poiché un giovane obeso con molta probabilità sarà un adulto obeso. Il bambino obeso tende, a causa della sua condizione, ad autoescludersi dalle normali attività ludiche, causando una situazione di ipocinesia motivo di un ulteriore aumento di peso. Si instaura, così, un circolo vizioso di inattività, che porta ad un bilancio energetico positivo, quindi un aumento dell’obesità dalla quale ne consegue una riduzione delle capacità motorie del bambino, per giungere poi ad un grado maggiore di inattività. La maggiori fonti di inattività dei giovani sono la televisione, il computer ed i videogames. Il tempo passato dai bambini davanti a questi apparecchi, il modello di attività fisica dei genitori e le cattive abitudini alimentari sono in correlazione diretta con l’incremento dell’obesità infantile. I bambini italiani trascorrono molto tempo davanti al video: a 10 anni la media è addirittura di tre ore al giorno. Un bambino obeso di 10 anni che pesa 70 kg spende in un’ora davanti alla TV circa 70 kcal mentre camminando a 4 km/ora sul piano spende circa 250 kcal. Nell’ora in cui cammina, utilizza circa 9 gr di grasso contro i circa 3 gr che spende stando seduto a guardare la TV. E’ proprio il cammino anche se a bassa velocità (4-5 km/h) può essere considerato assai utile ai fini del controllo del peso corporeo. Infatti a bassa velocità si mantiene l’attività metabolica al di sotto della soglia anaerobica e si può quindi ottenere il massimo consumo di grassi nell’unità di tempo. Questo garantisce un ritardo nella comparsa dell’affaticamento e quindi la possibilità di proseguire l’esercizio per più tempo aumentandone il beneficio. Al contrario l’esposizione al video e l’uso di mezzi meccanici limitano notevolmente le possibilità di muoversi. L’obesità genericamente accorcia la vita media dell’uomo, essendo un fattore di rischio per lo sviluppo di importanti patologie vascolari come l’aterosclerosi, l’ipertensione arteriosa, l’infarto cardiaco e l’insufficienza cardiaca. E’ inoltre responsabile di patologie respiratorie e dismetaboliche come il diabete di tipo 2, ancora è causa di malattie articolari come l’artrosi, ed è infine nota la relazione tra l’obesità e l’insorgenza delle malattie neoplastiche (tumori).

Classificazione dell'obesità

                                                                  

 

Classi

Body  Mass  Index

<  18

SOTTOPESO

18  -  24,9

NORMOPESO

25  -  29,9

SOVRAPPESO

30  -  34,9

OBESITA'  (1° grado)

35  -  39,9

OBESITA'  (2° grado)

>  40

OBESITA' grave (morbigena)   

                                                                               

  

Si definisce obeso un soggetto il cui eccesso ponderale supera del 20-25% il suo peso ideale o la cui percentuale di grasso corporeo supera il 25% nell’uomo ed il 35% nella donna. L’obesità può essere definita come lieve se l’eccesso ponderale è del 20-40%, media se è del 41-99% e grave quando    l’eccedenza ponderale è superiore al 100% del suo peso ideale. Il concetto di peso ideale che è espressione di calcoli e di formule matematiche che tengono conto anche dell’altezza è però spesso un numero astratto che ha solo un valore statistico (oltre ad essere una condizione molto difficile da raggiungere); bisogna quindi tenere conto del cosiddetto peso “ragionevole” intendendo con questo termine quel peso mantenuto senza eccessivo sforzo dopo i 25 anni di età e che permette buone condizioni di salute non solo fisica ma anche psichica e sociale. Recentemente l’O.M.S. (Organizzazione Mondiale della Sanità) ha fissato dei nuovi criteri che permettono di classificare l’obesità in base al B.M.I. (body mass index o indice di massa corporea) che è ottenibile dal rapporto tra peso\quadrato dell’altezza (espressa in metri). Valori compresi tra 18 e 24,9 vengono definiti come normopeso; valori compresi tra 25 e 29,9 vengono definiti soprappeso; valori compresi tra 30 e 34,9 vengono definiti come obesità di I° grado; valori compresi tra 35 e 39,9 vengono definiti come obesità di II° grado e valori superiori a 40 vengono definiti come obesità grave o di III° grado.  Il B.M.I. comunque pur essendo molto utile nella pratica ambulatoriale per la sua semplicità, non ci dà una valutazione del reale contenuto di adipe in un soggetto obeso. Per determinare una corretta diagnosi clinica di obesità, occorre quindi conoscere la composizione corporea di un individuo in modo da poter discriminare l’eccesso di tessuto adiposo (cioè l’obesità vera) dall’eccesso ponderale legato ad altri fattori non “grassi”, quali l’ipertrofia muscolare dell’atleta, la ritenzione idrica e la costituzione scheletrica. Una delle migliori metodiche per la determinazione della composizione corporea è la Bioimpedenziometria. Questa metodica di nuova concezione si basa sul modello che che considera il corpo umano costituito da tre compartimenti: la massa grassa (FM= fat mass) che è costituita da tutto il grasso dell’organismo sia sottocutaneo che viscerale; la massa magra (FFM= fatty free mass) costituita da tutto ciò che non è grasso (muscoli, ossa, organi interni); l’acqua corporea totale (TW= total water) suddivisa in acqua intra ed extracellulare.

  

                                                                            

 

Terapia dell'obesità

 

L’obesità è una patologia che deve essere combattuta con un approccio terapeutico multidisciplinare, che fondamentalmente vede l’intersecarsi di terapia dietetica ipocalorica, terapia farmacologia, attività fisica, terapia psicocomportamentale e nei casi più gravi terapia chirurgica bariatrica. Lasciando comunque la terapia chirurgica bariatrica ai casi appunto più gravi, con B.M.I. superiore a 40/45 o quando i rischi sono ormai così avanzati da diventare una vera e propria minaccia per la vita dei pazienti, la triade più consona di intervento consiste nel: 1) modificare la dieta dal punto di vista quantitativo e qualitativo; 2) aumentare il metabolismo con l’esercizio fisico; 3) effettuare terapia di supporto psicocomportamentale, qualora siano presenti disturbi del comportamento alimentare (es. bulimia, etc.). La terapia di supporto farmacologia viene in genere consigliata dallo specialista in casi ben selezionati e comunque non vi sono che pochi farmaci in atto utilizzabili a tale scopo: la sibutramina e l’orlistat. La prima produce a livello cerebrale una riduzione della sensazione di fame, mentre la seconda provoca una riduzione dell’assorbimento dei grassi provenienti dalla dieta nell’intestino (tramite una inibizione degli enzimi deputati alla loro digestione ed assorbimento). La strategia vincente quindi per la riduzione dell’eccesso ponderale è rappresentata dall’associazione tra terapia dietetica ed attività fisica: questa combinazione porta ad effetti più rapidi e soprattutto duraturi. Idealmente la riduzione del grasso corporeo dovrebbe essere ottenuta senza essere accompagnata da una concomitante perdita di proteine, acqua minerali e vitamine. Infatti diete molto drastiche possono avere effetti catabolici, incidendo negativamente sulla massa magra, in particolare sulla massa muscolare, portando come conseguenza ad un abbassamento del metabolismo basale e quindi una riduzione della capacità di bruciare calorie. Questo effetto può essere ridotto associando alla dieta l’esercizio fisico. L’elemento chiave da affrontare inizialmente è il costo dell’attività fisica negli obesi, cercando di analizzare e capire quali sono i problemi che comporta lo stato di obesità. Infatti andando ad analizzare come reagiscono all’esercizio fisico, emerge che il rendimento dei soggetti obesi è nettamente inferiore a quello dei soggetti magri, a causa di un più elevato costo metabolico dell’esercizio conseguente al trasporto di una massa corporea maggiore. Durante l’esercizio fisico lavorano con percentuali più alte di frequenza cardiaca ed anche di pressione arteriosa rispetto ai soggetti magri di pari età. Gli obesi inoltre presentano delle masse muscolari non adeguate, poiché rese meno toniche dalla minore propensione al movimento ed inoltre sono sottoposti ad un aumentato stress articolare delle grosse articolazioni (a carico degli arti inferiori). L’attività fisica praticata con razionalità, in maniera programmata e con costanza e regolarità, oltre alla perdita dell’eccesso ponderale, apporta nel tempo degli adattamenti fisiologici molto importanti nella terapia dell’obesità. Gli adattamenti più immediati sono a carico dell’apparato locomotore, con l’aumento del tono e trofismo muscolare, miglioramento del metabolismo del calcio e secondario incremento della densità delle ossa e delle cartilagini. Tutto questo comporta ad un aumento della capacità della resistenza meccanica ed una migliore capacità di adattamento delle superfici articolari (che si presentano meglio nutrite e lubrificate dal liquido sinoviale). Adattamenti a lungo termine si hanno a carico dell’apparato cardiocircolatorio e respiratorio. Aumenta la capacità contrattile del cuore e la sua gittata cardiaca con conseguente riduzione della frequenza cardiaca a riposo. Si ottiene una migliore capillarizzazione muscolare con conseguente diminuzione delle resistenze periferiche e della pressione arteriosa.  Migliora la capacità respiratoria, grazie all’aumento dell’ampiezza degli atti respiratori, dovuti ad una migliore mobilizzazione della gabbia toracica. Bisogna comunque stabilire con quale intensità di lavoro praticare attività fisica. L’intensità di lavoro da ritenersi ideale per il calo ponderale (e quindi per bruciare i grassi) è un’intensità bassa, all’interno della soglia aerobica, tra il 60 ed il 70% della propria frequenza cardiaca teorica massima. A questo livello si ottiene inoltre un lieve incremento del tono muscolare ed inizia l’adattamento cardiovascolare. Il tempo da dedicare all’attività fisica deve essere di almeno 30-45 minuti per volta, con una frequenza settimanale di 3-4 volte (alternando un giorno di riposo ed uno di lavoro). Nella scelta di un’attività fisica bisogna tenere in considerazione la praticabilità, il divertimento ed il grado di efficacia nella riduzione del grasso. Il calo ponderale è tanto maggiore quanto maggiori sono le masse muscolari coinvolte. Nei primi periodi di attività l’obesità rappresenta un limite per l’efficienza delle prestazioni che può portare a danni psicologici ed a una sollecitazione eccessivamente gravosa per le articolazioni. La scelta di uno sport deve essere progressivamente impegnativa, iniziando da uno dolce  e leggero (acquagym, nuoto) ad uno leggermente più impegnativo (ciclismo, fitwalking, jogging). Sport comunque come il nuoto, il ciclismo e la corsa leggera di resistenza sono raccomandabili poiché comportano una grande spesa energetica ma non un’altrettanto stress articolare. Con l’allenamento gradualmente viene a crescere l’efficienza fisica dell’individuo e scompaiono progressivamente i limiti fisici alla prestazione. Il peso corporeo diminuisce e migliora la composizione corporea, aumentano la forza, la resistenza e migliora l’abilità motoria. Tutto ciò porta alla riduzione dei limiti psicologici spesso freno dei soggetti obesi, con conseguente crescita dell’autostima e della fiducia in se stessi. Obiettivo del dimagrimento è quello di perdere in un periodo ragionevole di tempo circa il 20% del peso corporeo iniziale e di mantenere il nuovo peso raggiunto per almeno due anni. 

 

 

Tabella I.M.C.

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Obesità e attività fisica

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